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Discorso di saluto al
Sinodo intereparchiale di Grottaferrata


Eccellenze Rev.me, Padri e Sinodali tutti,

nel venire tra voi ho il piacere di esprimervi fraterni sentimenti di stima e di amicizia e l’augurio cordiale di un buon lavoro a nome mio personale e della Diocesi di Roma, al cui servizio mi ha voluto Sua Santità per farne le veci, e di portarvi altresì il saluto e la benedizione paterna del S. Padre stesso, che approvò nel 1994 la presente assise sinodale e ne attende con speranza risultati fecondi di bene per la vita spirituale delle circoscrizioni ecclesiali qui riunite.

Uno dei grandi doni che lo Spirito Santo, Colui che “conduce a tutta intera la verità” (cfr. Gv 16,13), sta facendo alla Chiesa del nostro tempo è la riscoperta della ricchezza delle varie tradizioni sinfonicamente presenti nell’Una Sancta. E’ quanto per l’Oriente, e in particolare per quello di tradizione bizantina, sulle orme del Concilio Vaticano II (Orientalium Ecclesiarum, Unitatis Redintegratio), riaffermava in questi ultimi anni il S. Padre nelle sue due importantissime lettere Orientale Lumen e Ut unum sint.

E’ perciò motivo di gioia per tutta la Chiesa che è in Italia percepire la vitalità delle Chiese bizantine presenti nel suo seno e che in questi giorni si interrogano qui sul fondamento della koinonia e sull’annuncio dell’Evangelo agli uomini e alle donne del nostro tempo e del nostro Paese.

La presenza in Italia della tradizione ecclesiale greca è antica e gloriosa. Nella stessa liturgia romana rimangono segni significativi del contributo della grecità cristiana quali il Kyrie eleison e l’inno trisagio del Venerdì Santo. Per lunghi secoli le Chiese hanno ben saputo che la presenza di più di un rito all’interno della stessa comunità ecclesiale riunita intorno al vescovo non pregiudica in nulla l’unità della Chiesa locale o l’appartenenza alle più vaste comunità ecclesiali quali si vennero strutturando nei primi secoli della storia cristiana; ed è quanto oggi il diritto canonico rinnovato ribadisce vedendo nel rito una delle componenti costitutive della Chiesa locale (CCEO, canoni 27 e 28).

Fu cosi che non solo nella stessa Roma si ebbe la presenza di numerosi monasteri greci fino al XII secolo, ma numerose Chiese particolare dell’Italia mantennero a lungo il rito greco senza che ciò costituisse in alcun modo una difficoltà per l’appartenenza canonica di quelle Chiese al Patriarcato romano. Fu solo l’indebita ingerenza anticanonica del potere politico che turbò per alcuni secoli il regime canonico tradizionale. Nell’anno 732/33 l’imperatore bizantino eretico Leone III Isaurico, cercando di fiaccare l’intrepida resistenza iconodùla dei papi romani Gregorio II e Gregorio III contro l’iconoclasmo da lui patrocinato, staccò in modo anticanonico le diocesi presenti nei territori dell’Italia meridionale politicamente dipendenti da Bisanzio dall’appartenenza canonica al Patriarcato romano per attribuirle al patriarcato costantinopolitano. Ciò fu possibile solo grazie all’esercizio prepotente del potere politico diretto, e non si verificò la dove, come a Ravenna e nella Pentapoli, Bisanzio non esercitava più la sua sfera d’influenza.

Alla violenza anticanonica seguì, in Italia meridionale, una pesante azione di bizantinizzazione forzata durata per più di trecento anni. Solo nell’XI secolo la conquista normanna, che estromise dall’Italia meridionale arabi e bizantini, restituì al Patriarcato romano i territori indebitamente sottratti da Leone III. I normanni sostituirono i vescovi greci con vescovi latini soltanto là dove il gerarca greco si rifiutò di rientrare nella legittima comunione canonica con Roma; dove invece la comunione canonica con Roma fu accolta, le diocesi mantennero il rito greco ancora per secoli finché esso si estinse per molteplici cause e non certo soltanto a causa delle pressioni latinizzatrici.

Dell’antica presenza ecclesiale greca in Italia oggi rimane a testimonianza vivente soltanto il monastero della Madre di Dio di Grottaferrata. Nella sua storia ormai millenaria il cenobio è rimasto una realtà ecclesiale unica al mondo: sempre unito al Patriarcato romano, perché fondato cinquant’anni prima del cosiddetto scisma del 1054, esso ha conservato, inculturandola nel nuovo ambiente laziale, la sua tradizione liturgica studita e la sua spiritualità che discende dagli antichi monaci d’Oriente e italo-greci. Il monastero criptense rappresenta perciò anche un punto d’incontro unico tra il cattolicesimo e un’ortodossia informata e realmente aperta al dialogo: esso non è un monastero ‘uniate’, e perciò si pone, agli occhi dei fratelli ortodossi, come un reale partner nella comune ricerca dell’unità voluta dal Signore.

Diversa, ma anch’essa significativa, è la storia religiosa delle comunità albanesi emigrate in Italia meridionale tra la seconda metà del XV ed il XVIII secolo. Al momento del loro arrivo nella penisola, esse appartenevano al Patriarcato costantinopolitano, nuovamente separato da Roma dopo l’effimera stagione dell’unione fiorentina (1439). Furono però accolte dalle popolazioni locali e dalle Chiese italiane con ovvia fraternità ecclesiale. Dopo il Concilio di Trento quelle comunità si allinearono naturalmente al regime canonico della Chiesa cattolica e, non avendo mai avuto vescovi loro propri, furono affidate alla cura pastorale dei vescovi latini. La decisione della S. Sede, presa nel corso del XX secolo, di costituirle come Chiese eparchiali (Lungro nel 1919, Piana degli Albanesi nel 1937) veniva a riconoscere insieme l’autenticità cattolica delle comunità italo-albanesi e la loro fedeltà alla tradizione liturgica bizantino-costantinopolitana. Nel riservare a se stessa la dipendenza delle due nuove eparchie, la Sede Apostolica dimostrava quanto le stia a cuore quella che già Leone XIII aveva chiamato Orientalium Dignitas.

Le tre circoscrizioni ecclesiali bizantine presenti in Italia hanno dunque storia e caratteristiche diverse, ma sono affini nel loro essere testimoni della tradizione liturgica e spirituale orientale nell’ambito della Chiesa italiana e di una piena e cordiale cattolicità. Per chiunque abbia conoscenze e sensibilità adeguate, le vostre tre Chiese locali sono la prova evidente di come tutta la ricchezza della tradizione cristiana d’Oriente sia perfettamente compatibile con la fedeltà sincera alla Sede Apostolica, amata con gratitudine e venerata nella libertà dei figli di Dio, senza offrire spazio ad ambiguità o a nostalgie esotiche di un passato quasi sempre conosciuto in modo deformato e di parte.

Nel 1940 si tenne qui a Grottaferrata il primo Sinodo intereparchiale delle tre circoscrizioni. Il secondo Sinodo può contare sull’esperienza di quarant’anni di rinnovamento operato dal Concilio Vaticano II e sul forte vento con cui lo Spirito scuote oggi la Sua Chiesa perché possa presentarla al Signore che viene “come una sposa adorna per il suo sposo (Ap 21,2), senza macchia né ruga…, ma santa e immacolata (Ef 5,27)”.

Abbiate con voi la preghiera e il sostegno fraterno di tutte le Chiese italiane, la cui Conferenza Episcopale ho l’onore di presiedere. Buon lavoro.

† Camillo Card. Ruini

Grottaferrata, 18 novembre 2004


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