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La rilevanza culturale
della figura e dell’opera di s. Nilo


Nella valutazione diffusa al livello della cultura media odierna i monaci medievali, soprattutto latini (perché quelli greci e orientali in genere sono molto meno noti), sono apprezzati soprattutto per il loro ruolo di conservatori e trasmettitori della grande letteratura della tradizione antico-classica. E’ cara alla tradizione scolastica – basta aprire qualunque testo di storia medievale per i licei – l’immagine dell’amanuense monaco intento a copiare i venerandi testi: ed è un’immagine di matrice romantico-ottocentesca che vede il Medioevo sotto un’ottica leggendaria pervicacemente persistente, nonostante tanti studi ben più profondi e seri, i cui risultati però sembra che stentino a passare nell’alta divulgazione ed a modificare un immaginario collettivo molto conservatore: quello stesso immaginario che continua ad esprimersi anche in tanti film in costume su un generico Medioevo di maniera.

Ma chi vive quotidianamente dall’interno la vita monastica sa bene che le cose non stanno esattamente in quel modo, e lo sanno bene anche tutti i ricercatori seri nel campo della medievistica. Anche per quanto riguarda la trasmissione dei testi classici in epoca precisamente medievale, basta scorrere con un po’ di attenzione i cataloghi dei manoscritti latini e greci delle grandi biblioteche per rendersi conto di un fatto: le opere cristiane – Bibbia, Padri della Chiesa, testi liturgici, raccolte spirituali monastiche, collezioni agiografiche – sono in numero schiacciantemente preponderante rispetto alle opere della classicità profana copiate negli scriptoria, e tra queste ultime molto più attestate sono quelle opere di carattere pratico – dalla storiografia alle scienze naturali, dalla matematica alla medicina, dall’agricoltura all’astronomia – la cui consultazione era necessaria per innumerevoli scopi operativi, rispetto a quelle caratterizzate, come buona parte della poesia, da valenze più specificamente estetiche; non è raro il caso di opere anche grandissime della poesia antica conservate da un solo o da pochissimi manoscritti medievali: medievali, ripeto, perché con l’Umanesimo i gusti e le preferenze cambiano.

Se qualcuno, anacronisticamente, avesse potuto complimentarsi con essi per il loro ruolo di presunti salvatori della cultura classica, i monaci-scribi si sarebbero molto meravigliati. E’ ben noto e significativo l’episodio riguardante Gregorio Magno: il papa fu trovato dal suo diacono intento a leggere commedie di Plauto; alla domanda del meravigliato chierico su che cosa mai il papa cercasse in scritti di quel genere, il grande Padre della Chiesa rispose: “Aurum in stercore quaero”. L’aurum era certamente qualche bella sentenza generale ben tornita, qualche elegante modo di dire di cui impadronirsi per abbellirne la stile personale del pontefice; il resto è stercus.

Nella propria autocomprensione il monaco cristiano, di ogni tempo e di ogni ambiente, dall’Egitto all’Irlanda, dalla Spagna alla Russia, dalla Siria alla Grecia, non è affatto primariamente un uomo di cultura nel senso corrente del termine. Sono esistiti ed esistono monaci dottissimi e monaci analfabeti o quasi; ma quello che li unisce è, ai loro stessi occhi, infinitamente più importante delle distinzioni che li differenziano: queste ultime sono sempre accidentali, mentre la somiglianza è data dalla sostanza profonda della vita monastica. Sul letto di morte, e dopo aver ricevuto una caparra della visione beatifica, Tommaso d’Aquino poteva dichiarare al confratello e confidente Reginaldo da Priverno: “Fra’ Reginaldo, tutto quello che ho scritto è solo paglia”.

Chi dunque è il monaco cristiano ai propri occhi?

Lasciamo rispondere, con le loro stesse parole, qualcuno degli interessati: “Monaco è colui che, separato da tutti, è unito a tutti. Monaco è colui che si considera uno con tutti perché continuamente gli sembra di vedere se stesso in ciascuno” (Evagrio, Sulla preghiera 124-125). E ciò è possibile ad una sola condizione: “Compie perfettamente la preghiera colui che fa fruttare per Dio, sempre, tutta la primizia del suo pensiero” (ivi, 126).

L’identità profonda del monaco è dunque la preghiera. Ma la preghiera non è altro che l’occupazione essenziale del cristiano. Riferisce il Vangelo di Luca (18,1) di Gesù: “Disse loro *ai discepoli* una parabola per insegnare che essi devono pregare sempre (pàntote), e non scoraggiarsi ( ekkakìn)”; e Paolo ordina ai Tessalonicesi (1 Ts 5, 16-18): “Gioite sempre (pàntote), pregate ininterrottamente (adialìptôs), in ogni circostanza rendete grazie”. La preghiera è, per eccellenza, l’opera di Dio in noi e l’opera dell’uomo a gloria di Dio; perciò, evocando detti monastici anteriori, ma con evidenza scultorea tutta sua, Benedetto conclude: “Ergo nihil operi Dei praeponatur (Regula, 43,3). A sua volta, Nilo da Rossano espone ai benedettini cassinesi, anche lui seguendo un’antica tradizione, il punto di vista bizantino: “Il monaco è un angelo; la sua opera è misericordia, pace, sacrificio di lode. Infatti, come i santi angeli presentano incessantemente a Dio il sacrificio di lode e posseggono nell’amore una reciproca pace ed hanno compassione degli uomini, dei quali si prendono cura come di fratelli minori, così anche il vero monaco deve mostrare compassione per i fratelli più piccoli e stranieri, amare gli uguali nella pace, senza insidiare quelli che sono più avanzati di lui, ed avere fede pura e speranza nei confronti di Dio e del proprio padre spirituale” (Bios, 74). L’amore per Dio genera la preghiera e questa fa crescere nell’amore per Lui; da questo amore sgorga l’amore per ogni creatura. E’ l’essenziale della vita cristiana; d’altra parte, a buon diritto la tradizione, specialmente patristico-orientale, insiste sulla sostanziale identità tra monachesimo e radicalità battesimale, proposta a tutti i cristiani: sono considerazioni che risuonano lungo tutti i secoli, da Basilio il Grande a Giovanni Climaco, da Gregorio Palamás a Silvano dell’Athos.

Nilo di Rossano, dunque, non è stato prima di tutto un intellettuale, sebbene il Bios accenni a più riprese alla sua preparazione culturale anche in campo profano: una preparazione attestata - come le indagini di Roberto Romano hanno potuto concludere – anche dalla paternità niliana del Commento al De statibus di Ermogene. Ma non è casuale che l’unico manoscritto giunto a noi copiato, con altissima probabilità, da Nilo stesso, e successivamente smembrato in tre parti, contenga una scelta di scritti esclusivamente monastici: la Historia Lausiaca di Palladio, i Capitoli di Diadoco di Fòtice, alcuni opuscoli di Marco eremita e le Catechesi di Doroteo di Gaza – tutti testi appartenenti al V-VI secolo, nel pieno del periodo aureo della letteratura monastico patristico-bizantina.

Non è certo questa l’occasione – né il tempo limitato lo consentirebbe – di rievocare, specialmente ad un uditorio così competente e informato, le tappe principali della vita di s. Nilo. Esse riempiono per intero il cosiddetto ‘secolo di ferro’, e di molti accadimenti ‘ferrei’ di quel tempo Nilo fu testimone, sempre tentando, e spesso riuscendovi, di infondere nella durezza tenebrosa degli eventi la luce della carità di Cristo per guidare sulle vie del Vangelo uomini e donne che pur si dichiaravano cristiani. In lui la dolcezza e l’amore furono sempre coestensivi alla parrhesìa apostolica, esercitata nel nome e a difesa della verità e della giustizia, anche se, qualche rara volta, come è inevitabile per tutti, santi compresi, entro i limiti e le insufficienze della mentalità del suo tempo. Lascerò quindi da parte la biografia di Nilo, e non avrò neppure il tempo per trattare quanto è già ben conosciuto da voi qui presenti: l’importanza della scuola ‘niliana’ di scrittura; il ruolo significativo svolto dal monastero di Grottaferrata, ultimo e più insigne frutto del fecondo operato del Santo, nella conservazione e trasmissione di un importantissimo patrimonio liturgico e musicale, nell’ambito della vasta diffusione del rito bizantino; gli studi storici e filologici compiuti da tanti benemeriti monaci criptensi, antichi e più recenti fino ai nostri giorni.

Quello, invece, su cui vorrei soffermarmi è l’opera che la famiglia niliana svolge da sempre al servizio del dialogo ecclesiale. Come accennavo, agli occhi dei monaci e nella loro scala di valori l’attività culturale in senso stretto non è né indispensabile né primaria nella loro vita: anche i più grandi studiosi tra loro, nel passato e nel presente, hanno pensato e pensano tale attività come funzionale a qualcosa di superiore, secondo quella concezione non antropocentrica, ma teocentrica della cultura umanistica che il compianto Dom Jean Leclerc così felicemente sintetizzava nel titolo di uno dei suoi libri più belli: L’amour des lettres et le désir de Dieu. L’amore di Dio, il desiderio del Regno di Colui “che era, che è, che viene”, è congiuntamente amore per la Chiesa, per la comunità dei battezzati, primizia e lievito di una salvezza alla quale è destinata ogni creatura.

Quando, intorno al 1200, i nostri padri fecero eseguire il mosaico dell’arco trionfale della basilica di S. Maria, erano passati circa centocinquant’anni dal cosiddetto scisma del 1054, e ormai – al tempo di Innocenzo III papa di Roma – la forza degli accadimenti storici, quale l’infausta ‘crociata’ del 1204, costringeva Orientali ed Occidentali a costatare una divisione che rischiava di diventare sempre più profonda. Ma essi risiedevano nel territorio metropolitano del vescovo di Roma, ed erano, da italo-greci e con tutta la loro cultura bizantina monastica e liturgica, lealmente e canonicamente in comunione con lui da sempre, fin dal tempo in cui la comunità si aggirava in varie sedi nell’Italia meridionale, e specialmente dal 1004, anno di fondazione, sui colli tuscolani, del monastero di S. Maria: ben cinquant’anni prima del preteso fatale 1054. Essi avrebbero potuto dire con l’Antigone sofoclèa (Ant. 523) – ma non è probabile che la conoscessero -:

oútoi synéchthein, allà symphileîn éphyn,

cioè: Sono nata per condividere non l’odio, ma l’amore.

Sull’arco trionfale della basilica, i monaci di Grottaferrata vollero rappresentata una scena che raffigura insieme la Pentecoste e l’attesa del ritorno del Signore, l’hetoimasìa escatologica. Ai lati del trono vuoto, su cui siederà il Giudice divino, e dal quale già regna l’Agnello, si trova, alla destra di Cristo venturo e perciò alla sinistra di chi guarda, l’apostolo Pietro; al lato sinistro campeggia Andrea, il fratello di Pietro. Il koryphaios e il protoklêtos sono coloro che, nelle tradizioni della Chiesa una, sono il fondamento rispettivamente della Chiesa romana e di quella costantinopolitana. I nostri padri si sentivano in vera comunione con l’una e con l’altra, nonostante le difficoltà crescenti a causa del peccato degli uomini.

Credo che proprio in questa cordialità ecclesiale vada individuata, oggi, la ricchezza della tradizione niliana. Nel corso di una celebre visita a Montecassino, dopo aver per tutta la notte celebrato il patriarca dei monaci d’Occidente con l’ufficiatura bizantina e i testi melurgici composti da lui stesso, Nilo ebbe una lunga conversazione – in latino – con i confratelli cassinesi, che gli chiedevano spiegazioni di testi biblici e soprattutto chiarimenti su vari usi disciplinari, diversi nelle due diverse tradizioni. Ogni volta, Nilo trova ed espone le ragioni valide dell’una e dell’altra usanza, nella piena, limpida consapevolezza che l’unità della Chiesa non significa piatta uniformità, e che le differenti tradizioni sono una ricchezza maggiore per la Chiesa e non un ostacolo alla sua unità.

I figli di s. Nilo hanno conservato il senso vivo di questa possibilità di rapporti fraterni anche in tempi in cui le divisioni sono sentite come più profonde. Da secoli è finita la scuola calligrafica niliana antica, retaggio ormai di pochi paleografi; da altrettanti secoli non risuonano più le antiche composizioni melurgiche, testimonianza, in un’area periferica dell’impero bizantino, di una tradizione liturgico-musicale più arcaica di quella della metropoli costantinopolitana, e riservate ormai alle discordanti interpretazioni di uno sparuto gruppo di musicologi. Quello che rimane intatto è l’aspirazione, la vocazione ad essere luogo d’incontro e di rinnovata comprensione, oggi, tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. Nella leale fedeltà al patriarcato romano, i monaci di s. Nilo hanno conservato, alle porte di Roma, una tradizione che è quella dell’Oriente bizantino: un’occasione per i cattolici, per capire di più e meglio i fratelli ortodossi nella loro ecclesiologia, nella loro liturgia e nella loro spiritualità; un’occasione per gli ortodossi, per capire di più e meglio che la fedeltà alle proprie tradizioni orientali non implica né presuppone in alcun modo una scissura all’interno della Chiesa, che il Signore ha voluta unica e per la cui unità, nell’ora suprema della Cena, ha pregato il Padre, hina pantes hen osin (Gv 17, 21). Salutiamo con rispetto e gratitudine, certamente, il lavoro paziente dei filologi sugli antichi documenti criptensi. Crediamo però, senza alcun detrimento della stima che per loro nutriamo, che oggi il vero contributo ad una cultura non accademica, ma viva e che pervada la vita della gente, sia proprio la vocazione, di Nilo e dei suoi monaci, ad essere ponte che riunisce, luogo dove i fratelli da troppo tempo estraniati possano ritrovarsi, riconoscersi, ringraziare il Signore del kairòs che lo Spirito concede alle Chiese, nonostante le colpe e le durezze degli uomini. Questo è il servizio che oggi, con indefettibile fedeltà alla paràdosis niliana, con umiltà e carità, i monaci di Grottaferrata sono chiamati a svolgere: nella preghiera, nell’ospitalità, nel sostegno dato ad ogni uomo di buona volontà che lavori per la causa dell’unità delle Chiese, in vera docilità al soffio dello Spirito.

† Emiliano Fabbricatore

Archimandrita esarca

del Monastero di S. Maria di Grottaferrata

Roma 22 aprile 2004


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