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Omelia nella Cattedrale di Ravenna


Celebrare la Divina Liturgia bizantina in questa antica e gloriosa città di Ravenna suscita in noi celebranti – e, crediamo, in tutti voi che insieme a noi partecipate a questa celebrazione – una profonda risonanza, storica e cristiana. Ravenna è stata una delle capitali del tardo Impero romano, poi residenza di re goti, poi ancora capoluogo di una regione, l’Esarcato, rimasta a lungo parte dell’impero bizantino: le mirabili opere d’arte che essa racchiude, che vanno dall’epoca romana ai tempi moderni, passando per un Medioevo ricchissimo di memorie di ogni genere, testimoniano la grandezza culturale e umana di una tradizione particolarissima. Non è un caso - perché nulla avviene mai per caso – che un genio universale e cristiano, nel quale si riassume, proiettandosi verso il futuro umanesimo, tutta l’epoca antica e medievale, Dante Alighieri, abbia trovato il luogo del suo riposo qui, e non nella sua patria fiorentina, a lui ingrata e allora provinciale.

Ma c’è un’altra ragione per cui la bizantina Ravenna parla alla nostra coscienza cristiana e cattolica. Anche nel corso dei secoli del dominio bizantino, la città è stata sempre unita, nella persona dei suoi vescovi di retta fede, al Patriarcato romano: segno immediatamente visibile ne sono le scritte, sempre latine, che accompagnano gli splendidi mosaici paleocristiani e poi bizantini, prodotti di un’arte cristiana che era ancora la stessa in Oriente e in Occidente, come una sola era ancora la fede della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica.

Si poteva dunque, e si può, essere uniti alla Sede apostolica di Roma ed essere ‘orientali’ nella spiritualità, nella liturgia, nel regime canonico. E’ quello che ancor oggi testimonia il nostro monastero di Grottaferrata, fondato nel 1004, cinquant’anni prima del cosiddetto scisma del 1054, da monaci italo-greci provenienti dalla Calabria e rimasto sempre fedele sia alla Chiesa romana, nel cui territorio metropolitano esso sorge, sia alla tradizione greco-bizantina, comune alle Chiese ortodosse non unite a Roma. Con gioia grande perciò, abbiamo accolto l’invito di venire a celebrare la Divina Liturgia bizantina, che è la nostra, in questa città che è stata a lungo partecipe sia della romanità occidentale sia della ‘romanità’ di quello che fino alla sua caduta nel 1453 ha continuato a chiamarsi ufficialmente non ‘Impero bizantino’ ma ‘Impero dei Romani’.

La parola di Dio che abbiamo ascoltato oggi (Rom 12, 6-14; Mt 9, 1-8), scavalcando tutte le culture, pur preziose e ricche della storicità umana, ci mette di fronte all’essenziale della nostra fede. Rimettere, perdonare i peccati può soltanto Dio. Ma il perdono non è visibile agli occhi carnali, cioè ai nostri razionalismi presuntuosi, e tanto più presuntuosi quanto più pretendono, da parte degli uomini ‘religiosi’, di giudicare il mistero. Uomini ‘religiosi’ erano gli scribi di allora e di tutti i tempi, che vorrebbero codificare, rendendoli immodificabili, anche i comportamenti che Dio, sempre ironicamente ‘diversi’ dal previsto, dal prevedibile. E allora, visto che ciò che è tangibile e misurabile non può essere negato, Gesù guarisce anche l’infermità fisica: quella che sembra più difficile, che non si può guarire senza essere dotati di poteri superiori, in ultima analisi senza un intervento divino. Se dunque ciò che sembra più difficile – la guarigione dalla paralisi – è stato compiuto in modo verificabile senza sforzo, con una sola autorevole parola, allora anche il perdono dei peccati – che sembra fatto solo di ‘parole’, non verificabile – è realmente dato da Gesù. Ciò equivale a dire che Gesù dispone, sovranamente, dello stesso potere di Dio: cioè che è Dio. L’uomo, il profeta, il maestro, il guaritore Gesù è colui nel quale “abita corporalmente la pienezza della divinità”, come proclama l’epistola ai Colossesi. Gesù dice al paralitico “éghiré”, alzati, perché lui stesso “eghìgherte”, “si è alzato”, “risvegliato”, dalla morte per non morire più e per liberare dalla morte ogni creatura, me e voi che mi ascoltate. Come canta la Chiesa bizantina per tutto il tempo pasquale: “Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte, e a coloro che giacevano nei sepolcri ha fatto dono della vita!”

La vita nuova che la resurrezione di Cristo ci dona viene innestata in noi nel battesimo – e di nuovo il pensiero corre ai due stupendi battisteri di questa città, quello ortodosso e quello ariano: ma anche nell’eresia uno solo è il battesimo! Questa vita, che viene da Dio e non dalla carne e dal sangue, è quella che ci rende capaci di realizzare, e che esige da noi che realizziamo, il comando dell’Apostolo: un amore reciproco senza finzione, l’odio del male, l’adesione al bene, la carità della fraternità vicendevole nel servizio reso gli uni agli altri, la speranza gioiosa, la costanza nella preghiera, la resistenza nelle tribolazioni, la benedizione anche per chi ci perseguita, la benedizione e mai la maledizione. Che lo Spirito di Dio, effuso nei nostri cuori, ci renda degni di vivere una vita veramente cristiana, coerente con la fede che ci è stata donata, sia la preghiera che oggi rivolgiamo a Lui, perché la conversione del cuore di ciascuno di noi, di ciascun cristiano, abbrevi il tempo nel quale le Chiese, oggi ancora non in piena comunione, possano ritrovarsi, sorelle, intorno all’unica Mensa del Corpo e del Sangue di Cristo, a gloria del Padre.

Ravenna, 26 giugno 2005

† Emiliano Fabbricatore

Archimandrita esarca

del Monastero di S. Maria di Grottaferrata


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