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Prefazione al libro
"Basilio il Grande si presenta:
la vita, l'azione, le opere"


Quando, conclusosi ormai da tempo il concilio tridentino, la Sede apostolica decise (1579) di riunire gli antichi monasteri di rito greco che sopravvivevano nella penisola, e alcuni di più recente fondazione esistenti in Spagna, sotto il nome di Ordine Basiliano d’Italia, si perpetuava un equivoco che durava da molto tempo.

Nell’ultimo capitolo della sua propria Regula, s. Benedetto raccomanda di rifarsi a quelli che ai suoi tempi erano gli esempi più insigni della letteratura monastica; dopo aver fatto riferimento alla Sacra Scrittura e ai “catholici Patres”, il ‘patriarca’ dei monaci d’Occidente domanda ai suoi discepoli: “Necnon et Collationes Patrum et Instituta et vitas [sic] eorum, sed et regula sancti patris nostri Basilii quid aliud sunt nisi bene viventium et oboedientium monachorum instrumenta virtutum?” (Regula, 73, 5-6).

Basilio è l’unica autorità patristico-monastica che Benedetto indichi espressamente per nome; ma già, nella sua terminologia, l’Askêtikon basiliano è diventato una ‘regula’: e Benedetto ha in mente, forse, proprio quelle che comunemente sono designate come Regulae fusius tractatae. Il grande cappadoce, tuttavia, non ha mai inteso scrivere una ‘regula’ nel senso normativo che sarà quello benedettino della parola: i suoi sono consigli, indicazioni spirituali, risposte a quesiti specifici postigli dalle comunità monastiche con le quali era in rapporto; certamente, però, nonostante tutta la ricchezza e la sapienza spirituale che in esse si manifesta, le indicazioni di vita di Basilio non intendono strutturarsi in un codice organico, e di fatto non lo sono.

Ma habent sua fata libelli. L’autorità del testo benedettino ha trasformato, per l’Occidente medievale, in una Regula sancti patris nostri Basilii scritti che sono caratterizzati da un’impostazione molto diversa da quella della Regula del santo di Norcia. Fu così che la curia romana, sullo scorcio del XVI secolo, potè chiamare ‘basiliani’, e organizzarli in un ‘ordine’, i cenobi greci che ancora esistevano in Italia: tanto che la denominazione ufficiale permane a tutt’oggi.

La realtà storica, tuttavia, era ed è alquanto diversa. La tradizione bizantina non conosce ‘regole’ nel senso occidentale della parola. I monasteri possono avere libri che organizzano alcuni aspetti della vita pratica o spirituale o che fissano alcune norme, anche patrimoniali, dettate dai fondatori, ecclesiastici o laici che siano (Typikòn ktêtorikòn), come pure libri che stabiliscono le modalità delle celebrazioni liturgiche (Typikòn liturgico): ma si tratta pur sempre di una possibilità, non di un obbligo, ed è più che probabile che molte piccole comunità monastiche non abbiano mai avuto alcun Typikòn e si siano governate in base alla tradizione orale e alle direttive del superiore locale. Altrettanto, e più, vale per l’appartenenza, sentita sempre come molto forte, alla paràdosis: si fa riferimento, oltre che alla tradizione vivente rappresentata dai ghérontes (o, nel mondo slavo, starcy), agli scritti numerosissimi che appartengono alla produzione monastica di tutti i secoli, a partire da Antonio, da Pacomio, dai Padri del deserto, giù giù fino all’oggi – una produzione che non ha mai smesso di rinnovare la tradizione con l’apporto dei tanti maestri spirituali succedutisi nel corso dei secoli.

In tale contesto, gli scritti di Basilio sono sempre stati tenuti in grande onore nel monachesimo bizantino, ma non sono mai stati considerati un testo di riferimento esclusivo, neppure là dove, come è il caso della tradizione studita definita da s. Teodoro (VIII-IX sec.) e base del cenobitismo italo-greco medievale, essi sono sentiti come eredità importante. In altre parole, nessun monaco greco, o italo-greco, ha mai saputo, entro l’orizzonte della propria cultura monastica, di essere ‘basiliano’, e tanto meno di appartenere ad un ‘ordine’ nel senso tecnico-occidentale applicato alla vita religiosa nel secondo millennio: i monasteri bizantini e poi quelli ortodossi non sono mai stati riuniti in un ‘ordine’ dipendente da un superiore generale; ciascun monastero, in conformità con la legge canonica antica e moderna, dipende direttamente dal vescovo o metropolita locale. Altra cosa, ovviamente, è la coscienza – questa, sì, viva e precisa – di appartenere all’ ‘ordo monachorum’ nel senso antico del termine. ‘Basiliani’ i monaci bizantini sono solo nell’ottica occidentale medievale, quella per la quale gli scritti di Basilio sono pensati come una ‘regula’. In questo senso, la decisione romana del 1579 non disciplinava una situazione esistente, quanto piuttosto ne istitutiva una nuova, creando un organismo giuridico in cui il riferimento privilegiato a Basilio compariva già nella titolatura ufficiale e nel quale ben presto si (im)porrà come necessaria per tutti i monasteri dell’ ‘Ordine’una uniformità generalizzata ed estesa anche alle celebrazioni liturgiche.

Decadute presto e rapidamente scomparse le comunità ‘basiliane’ spagnole, anche l’Ordine italiano andò sempre più assottigliandosi nel numero delle case e nella consistenza numerica dei membri. Dal XIX secolo rimane superstite il solo cenobio di Grottaferrata. Ciò, peraltro, nulla toglie al significato fortemente simbolico che ad esso inerisce per storia e vocazione. Fondato nel 1004, cinquant’anni prima dello ‘scisma’ che avrebbe allontanato sempre più l’Occidente e l’Oriente cristiani in Europa, pur nelle lunghe traversie storiche da esso attraversate, questo monastero rimane come eloquente testimonianza del primo millennio di vita della Chiesa: fedele al suo metropolita, il Patriarca romano, Grottaferrata è rimasta, tra vicende non semplici, fedele anche alla tradizione bizantina italo-greca da cui trae origine.

Alla sera del 25 settembre 2004 si compiranno mille anni dalla morte del suo fondatore, s. Nilo di Rossano, ed avrà inizio il secondo millennio di esistenza del vetusto cenobio. Se è vero, come è vero e si accennava sopra, che Basilio non è l’auctoritas monastica esclusiva cui i ‘basiliani’ di Grottaferrata si rifanno, il santo monaco e vescovo di Cesarea (+ 379) resta senza dubbio un maestro luminoso di vita spirituale, tra i più cari all’animo dei monaci criptensi. E’ per questo che, allo spuntare del secondo millennio, essi hanno voluto onorarne la memoria e la dottrina con la pubblicazione di questo magistrale volume inteso come contributo prezioso al recupero ed all’approfondimento sempre più pieno della paradosis del monastero.

Non maestro unico Basilio, dunque, ma certamente grandissimo e amatissimo. Dalle pagine di Francesco Trisoglio e dai numerosissimi passi da lui riportati, è la voce stessa del Padre cappadoce che risuona per presentarne al lettore la personalità ricca e ardente: quella di un uomo forte e cosciente della sua missione, lottatore strenuo per la verità della fede che è l’unica che può garantire la vera unità della Chiesa; un vescovo che è stato anche una delle menti speculative più robuste che la teologia cristiana antica abbia conosciuto, il cui magistero fu subito accolto dai contemporanei d’Oriente e d’Occidente; un monaco generoso nell’ascesi, ma nettissimo nel dichiararne fine unico l’amore di Dio e del prossimo; un pastore sollecito dei bisogni materiali e spirituali dei suoi fratelli; un cristiano che veniva da una famiglia gremita di santi e al quale nessun frutto della grande cultura classico-pagana rimase sconosciuto; uno spirito che, nel riserbo e nel pudore più sobrii, conobbe le visite di Colui che è l’hospes dulcis animae.

Grati all’Autore per la originalissima ‘lettura’ del ‘suo’ personaggio, consegniamo ai Lettori la presente imago di Basilio. Voglia il santo di Cesarea, insieme a tutti i santi suoi familiari e ai santi Nilo e Bartolomeo, fondatori di Grottaferrata, impetrare la divina eudokìa sulla vita del cenobio tuscolano, dei suoi monaci e dei suoi amici.

Grottaferrata, maggio 2004

† Emiliano Fabbricatore

Archimandrita esarca

del Monastero di S. Maria di Grottaferrata


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