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Relazione per un gruppo
di responsabili nazionali della FUCI


Il monastero di S. Nilo (Grottaferrata, Roma) è stato fondato nel 1004 dal santo di cui porta il nome. Nilo (909/910†1004) arrivò nella tarda primavera di quell’anno in questa zona vicino a Roma dopo una vita di peregrinazioni, di ascesi e di preghiera: come racconta la Vita redatta da un discepolo molto più giovane, probabilmente s. Bartolomeo, Nilo proveniva da Rossano in Calabria: nel X secolo questa zona era ancora sotto il controllo bizantino. Ma non fece in tempo a vedere il monastero, perché morì poco tempo dopo l’inizio dei lavori. Questi vennero portati a compimento proprio da s. Bartolomeo vent’anni dopo. La chiesa è stata consacrata il 17 dicembre 1024: ancora oggi sulla porta originale di marmo si conservano le croci della consacrazione della Chiesa. Allora, come ancor oggi in varia forma, si incidevano dodici croci come simbolo dei dodici apostoli.

Il monastero ha continuato a vivere per i successivi mille anni. Al suo interno si trovavano solo monaci bizantini. In quell’epoca non c’era ancora nessuna separazione tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. Anche nel 1054, una data ritenuta solo oggi emblematica, come il 1492, nessuno si rese conto che era in atto una separazione all’interno della Chiesa: si trattò di una scomunica reciproca di due uomini importanti della Chiesa, uno latino e uno bizantino, ma questo non comportò la radiazione di una Chiesa intera. Per molto tempo sia gli orientali sia gli occidentali, bizantini e latini, continuarono a mantenere la consapevolezza di essere un’unica Chiesa, anche se c’erano “liti in famiglia”. Questo spiega perché nel 1274 a Lione, in Francia, e nel 1438 e 1439 prima a Ferrara e poi a Firenze, le due parti della Chiesa poterono celebrare due concili cercando di riunirsi.

I nostri monaci provenivano dal meridione, sottratto nell’XI secolo al potere dei bizantini dai normanni, che avevano anche cacciato gli arabi dalla Sicilia, nella quale questi erano rimasti duecento anni. In seguito, il reclutamento del monachesimo bizantino dall’Italia meridionale è andato sfumando progressivamente. Ancora nel 1200-1300 esistevano molti monasteri di rito bizantino nell’Italia meridionale, ma sempre più lontani dalle radici bizantine autentiche: ciò si è verificato anche qui. Dal 1400, la maggioranza dei monaci proveniva dai dintorni e quindi apprendeva il greco come lingua liturgica e di cultura.

Nel monastero di S. Nilo si è sempre celebrato l’Ufficio divino nella maniera bizantina, secondo un rito che è quello dell’antico cenobio di Studios a Costantinopoli, da cui derivavano le tradizioni liturgiche ed ascetiche dei monaci italo-greci dell’Italia meridionale. Per la liturgia eucaristica noi avevamo un nostro formulario antico, sostituito alla fine dell’Ottocento con quello comune agli Ortodossi. La nostra Divina Liturgia è assolutamente identica a quella celebrata in qualunque Chiesa ortodossa. Ma sempre, si capisce, noi siamo cattolici e preghiamo per il Papa. D’altra parte ciò non meraviglia i nostri fratelli ortodossi, quando sono correttamente informati sul nostro monastero: siamo un pezzo archeologico vivente del primo millennio cristiano.

Nell’Oriente cristiano ancora oggi non esistono ordini religiosi del tipo dei francescani, domenicani, gesuiti che fanno capo ad un unico generale. I monasteri sono famiglie che rimangono perennemente insieme e dipendono dal Vescovo della zona: per noi è il Vescovo di Roma. Siamo sempre stati nel regime del metropolita che è il Papa di Roma e siamo sempre stati orientali: siamo cioè un unicum, nel senso che non siamo mai venuti meno alla comunione con il Vescovo di Roma, che è il segno di comunione di tutta la Chiesa, mentre gli Ortodossi non condividono il punto di vista cattolico sul successore di Pietro. Abbiamo però sempre conservato la stessa identità spirituale, il diritto canonico, la liturgia degli Ortodossi.

Infatti quando gli Ortodossi vengono da noi, e sono bene informati, non solo ci apprezzano, ma addirittura ci riservano affetto. Moltissimi laici ci chiedono l’eucaristia perché sanno che possono essere in comunione con noi, e la ricevono senza difficoltà da parte nostra.

La storia di questo monastero è lunga. Dopo il Concilio di Trento, conclusosi nel 1564, la Chiesa di Roma ha organizzato i monasteri bizantini che esistevano in Italia, cioè in Sicilia, in Calabria, qualcuno in Puglia, alcuni in Basilicata, sotto un ‘Ordine basiliano’ (1579).

Si potrebbe definire questa una fictio giuridica perché s. Basilio il Grande non ha mai fondato nessun Ordine e non ha mai scritto nessuna Regola. Esistono però due opere di s. Basilio che si chiamano ‘Regole’: una si chiama Regole brevi e l’altra Regole lunghe. Le prime sono raccolte di versetti biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento per contrastare tutte le tentazioni possibili. Le Regole lunghe invece sono le risposte che s. Basilio, diventato vescovo di Cesarea in Cappadocia, dava alle comunità monastiche che richiedevano chiarimenti spirituali e disciplinari.

Nella Regola di s. Benedetto si normano tutti gli aspetti della vita di un monastero, da quello liturgico a quello spirituale, a quello economico, a quello della disciplina. Niente di questo genere vale per i monasteri orientali: esiste il Typicòn (libro delle Regole) che riguarda la fondazione del monastero e le condizioni giuridiche della sua fondazione, oppure il Typicòn liturgico, che spiega che cosa si deve fare per la celebrazione delle Ore e della Divina Liturgia giorno per giorno; non esiste da nessuna parte un libro del tipo della Regola di s. Benedetto, dalla quale si genera l’equivoco: nell’ultimo capitolo, Benedetto consiglia ai suoi monaci in modo particolare alcune letture, tra le quali Le Regole del santo Padre Basilio. Da questo equivoco dipende il fatto che dal XIII secolo nella Chiesa romana si parla di monaci ‘basiliani’ in riferimento ai monasteri bizantini che stavano in Italia ma che di basiliano avevano ben poco.

Nel 1579 venne fondato il cosiddetto Ordine basiliano, che riuniva tutti i monasteri bizantini d’Italia. Per una serie di vicende, essi sono scomparsi: dal 1783 in tutta l’Italia meridionale continentale sono venuti a mancare a causa di terremoti molto forti soprattutto in Calabria; sopravvissero ancora venti monasteri basiliani in Sicilia, per un totale di un centinaio di monaci.

Dal 1866 l’unico monastero basiliano siamo noi monaci di Grottaferrata. Noi siamo l’Ordine d’Italia di S. Basilio il Grande: siamo diciassette monaci. E’ tutto qui l’Ordine di S. Basilio, che non è mai stato un Ordine nel senso occidentale della parola.

Col tempo si sono infiltrati vari latinismi nella liturgia, con un fenomeno che oggi si chiamerebbe inculturazione. Per esempio, nell’antico Typicòn liturgico al due novembre si dice: oggi per noi è la festa dei ss. Acìndino e compagni, martiri; però siccome le popolazioni intorno sono tutte latine, e per loro è la festa dei morti, celebriamo la Divina Liturgia per i morti perché è questo che esse richiedono. Nel 1881 il Papa Leone XIII volle che i monaci ripristinassero nella sua autenticità la tradizione liturgica antica. E così si è fatto. Noi preghiamo ancora oggi praticamente come mille anni fa e la nostra liturgia eucaristica è identica a quella che potete vedere in qualsiasi chiesa ortodossa.

A prima vista rimarreste un po’ sconcertati perché voi avete in mente la liturgia romana, ma anche nell’Occidente di lingua latina c’erano parecchie famiglie liturgiche. Quelli di voi che sono milanesi hanno in mente il rito ambrosiano; ma si può pensare anche al rito mozarabico in Spagna, a quello gallicano in Francia. Un tempo esistevano parecchi riti in lingua latina, alquanto diversi tra loro. L’unificazione è avvenuta dopo il Concilio di Trento, quando con l’avanzare del Protestantesimo la Chiesa ha avvertito il bisogno dell’unitarietà anche liturgica. Come dire: preghiamo tutti alla stessa maniera, perché tutte le differenze facilitano la dispersione.

Oggi il contesto è completamente diverso. Recentemente la Conferenza Episcopale Spagnola sta decidendo di rimettere in uso l’antica liturgia mozarabica, anche perché è molto bella.

Attualmente, grazie al Vaticano II e a tanti studi teologici, si pensa che l’unità della Chiesa è un’unità sinfonica, nella quale ci sono molte diversità che si arricchiscono vicendevolmente. Tutte le tradizioni sono buone all’interno dell’unica Chiesa. Ciascuna deve essere autentica perché è proprio dalla giustapposizione delle diverse voci che è formato quel ‘coro’ particolare che è la Chiesa: l’unità della Chiesa è unità sinfonica e non una unità monocorde.

In queste cose non si può essere archeologi. Dentro ciascuno di voi c’è un bambino di tre anni, ma ora siete delle persone adulte: quel bambino è ancora dentro di voi, ma non c’è più solo lui. Dentro un grosso albero di cedro del Libano c’è l’alberello che è stato piantato tanti anni prima, ma non c’è più solo quello. Così pretendere nella Chiesa di tornare alle origini in senso letteralistico è un assurdo perché nel frattempo lo Spirito Santo ha continuato a suscitare altri doni, secondo quello che già Newman chiamò lo sviluppo organico della Tradizione.

ieromonaco Matteo Cryptoferritis

Grottaferrata, 2 luglio 2005


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