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Direttore: P. Antonio - tel. 06.945.60.19
Dal
1931 l'Abbazia di Grottaferrata è sede del "Laboratorio di restauro
del libro antico", il primo laboratorio a carattere scientifico fondato
per iniziativa della Direzione generale delle biblioteche ed accademie del
Ministero dell'Educazione Nazionale, le autorità statali preposte
all'amministrazione del patrimonio bibliografico italiano.
Il laboratorio, istituito in una sala dell'antica foresteria dei monaci,
ha svolto da subito un ruolo importante, proprio quando in Italia il
restauro librario maturò la sua più importante trasformazione,
affermandosi definitivamente come attività che si basava
contemporaneamente sulla ricerca scientifica e su una elevata e
raffinatissima abilità artigianale.
Fino al 1930 quest'arte era esercitata soprattutto presso il laboratorio
della Biblioteca Apostolica Vaticana oltre che, seppur in minor misura,
presso la Biblioteca Nazionale Centrale "Vittorio Emanuele" di Roma.
Fu proprio in questo periodo che p. Nilo Borgia (1870-1942), bibliotecario
dell'Abbazia fin dal 1909, ebbe l'idea di far nascere a Grottaferrata un
laboratorio in cui i monaci potessero dedicarsi al restauro non solo dei
loro preziosi manoscritti ma anche di quelli di altre biblioteche. In
breve il laboratorio si ampliò con l'aggiunta di un locale annesso per il
gabinetto chimico che aveva il compito di esaminare, diagnosticare e
suggerire le diverse terapie per gli speciali "pazienti".
In
questi anni, grazie all'intervento del prof. Alfonso Gallo, ispettore
superiore della Direzione Generale delle Biblioteche ed Accademie, nacque
proprio a Grottaferrata il progetto dell'Istituto di Patologia del Libro
con ambienti contigui al laboratorio che avrebbero dovuto ospitare, tra
gli altri, reparti di chimica, fisica, meteorologia oltre ad un museo
patologico del libro: idea grandiosa che richiamò sulla badia greca un
vasto interesse sia italiano, sia internazionale.
Le crescenti esigenze scientifiche dell'Istituto fecero, però, ampliare il
programma e spinsero a creare a Roma una sede più vasta, autonoma, con
proprio personale di ruolo.
Fin dai primissimi anni della sua attività giunsero nel laboratorio di
restauro di Grottaferrata numerosi manoscritti da varie biblioteche e
località, quali: Palermo, Ancona, Spoleto, Trisulti, Fabriano, Viterbo,
Messina, Chiusi, Siena, l'Aquila, Lanciano, Cosenza, Ruvo di Puglia. Le
stesse prestigiose biblioteche romane della Vallicelliana e
dell'Alessandrina ricorsero per i loro volumi malati alle cure dei monaci criptensi.
Da notare, inoltre, come il lavoro non si limitasse al solo
intervento materiale, ma comprendesse, in particolare per i manoscritti
più importanti, anche un'analisi bibliografica e scientifica. Fu così che
in un volume del sec. XIV della Vallicelliana si rintracciarono anche
Omelie di s. Efrem dei secc. VI/VII.
Tra
gli innumerevoli interventi di restauro è appena il caso di accennare
ad alcuni di assoluto prestigio quali: il codice membranaceo del Typikòn
di Càsole del sec. XII, ridotto in condizioni indescrivibili dall'incendio
del 1904 della Biblioteca Universitaria di Torino; un Evangeliario greco
del Tesoro di s. Marco, ridotto in pessime condizioni dall'umidità e
proveniente dalla Biblioteca Marciana di Venezia; i tre rotoli in
pergamena dei secc. XI/XII degli Exultet, provenienti dalla città pugliese
di Troia.
L'alluvione di Firenze del 1966 vide i tecnici del laboratorio in prima
fila. Infatti, fu lo stesso pontefice Paolo VI ad inviarli sul posto, dove
prelevarono, dopo un primo indispensabile intervento contro gli effetti
deleteri dell'acqua e del fango, oltre mille volumi che, condotti a
Grottaferrata, furono tutti salvati e puntualmente recuperati.
Ma in assoluto il più prestigioso dei restauri effettuati da questa
autentica Officina Librorum è stato quello delle oltre 1.000 carte
vinciane del Codice Atlantico di Leonardo, che raccoglie disegni di
macchine, studi di geometria, calcoli, vari appunti e note personali ed
ebbe il titolo di "Disegni di machine et delle arti secreti et altre cose
di Leonardo da Vinci racolti da Pompeo Leoni".
La situazione del codice era preoccupante. Dopo quattro secoli le colle,
usate per comporre l'album, decomponendosi avevano infatti attratto
insetti e tarme con deprecabili effetti, mentre iniziavano a diffondersi
anche le muffe e l'ossidazione.
Era
quindi necessario, innanzitutto, scollare le carte vinciane dal foglio
di fondo: cosa tutt'altro che facile, visti i risultati di alcuni
maldestri tentativi, eseguiti in epoca successiva alla seconda guerra
mondiale, che avevano provocato la diluizione degli inchiostri. Bisognava
poi effettuare la pulitura, la riparazione dei fori dei tarli,
l'integrazione dei margini e delle lacerazioni.
Il delicato e difficile lavoro fu affidato al Laboratorio di Restauro del
Libro Antico di Grottaferrata, che ottenne questo importante incarico il
28 dicembre 1962, nonostante la prestigiosa concorrenza del Laboratorio di
restauro della Biblioteca Vaticana, dell'Istituto di Patologia del Libro e
dell'Institut Léonard de Vinci di Amboise.
Nell'ambito delle celebrazioni per il Millenario dell'Abbazia è stata
allestita una mostra che, dopo l'indispensabile ricerca sui documenti,
potesse dare il dovuto risalto all'intensa e proficua attività sopra
descritta attraverso una rassegna espositiva di alcuni dei numerosissimi
capolavori che proprio qui, nella badia greca, sono stati salvati da un
degrado a volte ai limiti dell'irreversibile.
Giovanna Falcone
Alfredo Serangeli
| Vaticano, 14 giugno 1972 |
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Papa
Paolo VI visiona i volumi restaurati del Codice Atlantico di Leonardo
da Vinci prima della consegna alla Biblioteca Ambrosiana.
Il restauro è stato eseguito presso i locali del Laboratorio abbaziale in
10 anni di lavoro (1962-72).
I volumi finali sono dodici. |
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